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Dio ride Nish Koshe tra assenza e presenza.

SPETTACOLI BRESCIA TEATRO SOCIALE MONI OVADIA DIO RIDE NELLA FOTO SCENA 4/07/2018 REPORTER FAVRETTO

Dal 4 febbraio al 9 febbraio 2020 al Teatro Vascello è protagonista Moni Ovadia con il suo spettacolo Dio Ride. Con questa rappresentazione teatrale l’autore festeggia il 25° anniversario di Oylem Goylem, a cui Moni Ovadia si ispira come modello per Dio ride. Oylem Goylem (il mondo è scemo) è stata la sua grande svolta artistica, tanto che lo spettacolo venne ripreso dalle reti Rai e, nel 2005, pubblicato in cofanetto e dvd da Enauidi. E’ strutturato con una carrellata originale e umoristica di racconti, aneddoti e citazioni alla radici della cultura ebraica.

Come sostiene Arena del Sole, Moni Ovadia in Oylem Goylem“è il personaggio di uno ‘shtetl’, di una comunità di villaggio, l’attore e regista ci travolge subito, in “Oylem Goylem”, nel ritmo del suo teatro musicale-cabaret per trasportarci in un viaggio nella cultura ebraica dai toni sferzanti e ironici, che tuttavia mai dimentica il peso della quotidianità di un popolo che sull’esilio ha costruito i confini del proprio racconto”. Giovanni Raboni definì Oylem Goylem «un’immersione totale nella più minoritaria, perseguitata e minacciata delle culture, la cultura ebraica della diaspora e dell’ esilio; e più precisamente in quella parte di essa che si esprime attraverso le sonorità infantili, tenere e strazianti di una lingua insieme antichissima e giovanissima come lo yiddish, e in una musica che sembra farsi dolcemente carico di tutta la nostalgia, la malinconia, la gaiezza del mondo come lo Klezmer».

Dio ride, come scritto in precedenza, segue la struttura di Oylem Goylem, protagonista è il vecchio ebreo errante, con nuove storie e nuove musiche eseguite dal vivo da un gruppo di cinque straordinari musicisti. Questi sono con l’esattezza, sei vagabondi, cinque musicanti e un narratore di nome Simkha Rabinovich. «Una zattera in forma di piccola scena approdava in teatro venticinque anni fa – scrive Ovadia – trasportava cinque musicanti e un narratore di nome Simkha Rabinovich, che raccontava storie di gente esiliata e ne cantava le canzoni. Dopo un quarto di secolo, Simkha e i suoi compagni tornano per continuare la narrazione di quel popolo in permanente attesa, per indagarne la vertiginosa spiritualità con lo stile che ha permesso loro di farsi tramite di un racconto impossibile eppure necessario, rapsodico e trasfigurato, fatto di storie e canti, di storielle e musiche, di piccole letture e riflessioni alla ricerca di un divino presente e assente, redentore che chiede di essere redento nel cammino di donne, uomini e creature viventi verso un mondo di giustizia e di pace».

Ovadia , regista e autore e protagonista dello spettacolo, antico cantastorie utilizza parti di testi antichi alternandoli a testi di autori moderni (Eco, Freud, ecc…), di autori classici e aneddoti ebraici, cita personaggi della storia antica e poi lascia che sfumano lentamente “al vento”. Tutto è vacuo niente ha consistenza, niente ha legame con il mondo, con l’essere supremo, con Dio. Lo spettacolo prosegue la ricerca di Oylem Goylem di un Dio ineffabile, presente ma anche assente. La rappresentazione, proseguendo la ricerca già iniziata da Oylem Goylem, cerca nella narrazione un equilibrio tra musica e racconto; il loro accostamento, reso con una ineguagliabile poesia dal potere carismatico di Ovadia, è il segreto di Dio ride tra assenza e presenza.

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